Indro Montanelli

Da: I. Montanelli – CIVININI in Facce di Bronzo. Longanesi, Milano, 1956
…Guelfo, noialtri amici (anche quelli che, come me, avevan quarant’anni meno di lui) lo chiamavamo “Gambesecche “. Era il nomignolo, affettuoso e scherzoso, che gli avevan dato i suoi compagni di liceo a Arezzo, dove il liceo lo dirigeva Chiarini che, quando voleva proprio strigliare a dovere quel suo allievo svagato e bighellone, gli gridava, prendendolo di mira col righello: “Te, lo so come finisci!… Finisci giornalista, vedrai!… ” come a dire: “Sull’ultimo gradino della scala sociale… ” E il bello è che Guelfo se n’offendeva, perché il suo grande sogno, allora, non era di diventare un giornalista, ma piuttosto un buttero, e passar la vita a cavallo fra macchia e paludi, dietro alle mandrie transumanti.
… Oltre le gambe, la cui secchezza gli aveva valso quel nomignolo, anche tutto il resto del corpo aveva, e ha sempre conservato, asciutto e leggero, da fantino. Su quello scheletro, che infinite asimmetrie rendevano indimenticabile, egli si era costruita un’eleganza a modo suo, basata sul monocolo, sulla cravatta bianca di picchè, sul frustino, e su un paio di stivali rossi, che soltanto un calzolaio in tutta la penisola era capace di adattargli su quel vuoto che sulle gambe di tutti gli altri mortali è riempito solitamente dai polpacci. Così vestito, con le mani in tasca e il naso all’aria, ha camminato sino all’ultimo per strada, a zig-zag, come un cane dietro un ” fiato ” di beccaccia, regolarmente perdendo portafogli, passaporto, carta di riconoscimento e chiavi di casa. Le sue disavventure professionali son famose e avrebbero segnato la fine di qualunque carriera giornalistica, se a puntellar le frane non avesse soccorso la sua penna, una delle più caste, e chiare, e pulite, e ricche d’ombre e venature che abbia avuto la nostra ” terza pagina “.

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