Francesca Petrocchi

giugno 16, 2010

in: Esperienze e scritture di viaggio lungo il primo trentennio del Novecento. I. “In viaggio pel Portogallo” di Guelfo Civinini: dal reportage (1907) al libro. Edizioni Sette Città, Viterbo, 2003.
“…Ma Civinini, nella sua duplice veste di giornalista e di poeta, si serviva in effetti, già nel 1907, di una duplice strumentazione: l’indagine sul vivo tipica del giornalista-segugio, che “fiuta” le fonti di notizia, fungendo da testimone oculare; e quella dello scrittore che non rinuncia ai diritti della letteratura, che sbozza descrizioni e dà corpo a personali impressioni ed emozioni, che osserva la realtà ma con l’occhio e la sensibilità del letterato….”


Aldo Santini

giugno 16, 2010

in: Uomini di Livorno. Conversazioni tenute al Rotary Club di Livorno, 1983
…Nelle sue corrispondenze il giornalista rivela sempre lo scrittore di razza, e il poeta. Fece parte del trio di punta del “Corriere” alla grande guerra: Barzini-Civinini-Fraccaroli, Barzini incollato al Quartier Generale, Fraccaroli adibito al colore, e Guelfo chissà dove. Spariva per settimane. Cicchetti dal direttore Albertini e dopo i cicchetti telegrammi di licenziamento. Tutto ad ammuffire nella casella postale. Guelfo sparava in trincea. Tornava quand’era finita l’azione, barba da corsaro e carico di pidocchi. “Dipingeva” un pezzo sulla morte di un mulo, magari, dove c’era tutto l’orrore e la tragedia della guerra, e aspettava un ultimo telegramma di Albertini, che annullasse i precedenti. Il telegramma arrivava puntuale e Guelfo ripartiva per il fronte, incorreggibile.
… Leggendo i suoi libri e molti dei suoi servizi, dopo tanto tempo, non ci trovo un’incrinatura. A 14 anni dalla sua scomparsa, Civinini è rimasto fresco e pulito. Un modello di stile. Guelfaccio era un poeta che facendo il giornalista sapeva incantare anche i lettori della “nera”…


Giuseppe Prezzolini

giugno 16, 2010

in: Tutta la guerra. Longanesi & C., 1968, p. 372.
Le riserve che ho fatto nella prefazione sugli scritti dei corrispondenti di guerra non han valore per tutti gli scrittori né per tutti gli scritti. Eccone qui uno, per esempio, eccellente, scultura di impressione, alla brava, ma vera, verissima. (Del resto il Civinini non è soltanto scrittore di fogli quotidiani.) La bontà di questo scritto sta nel suo carattere di forte reazione alle ammanierate pitture del soldato e nel far cogliere la grandezza e lo spirito di sacrificio nell’incoscienza più profonda…


Massimo Grillandi

giugno 16, 2010

in: La casa dei sette pini. Edizioni Scolastiche Mondadori, 1966, pp. 11-12
…Guelfo Civinini…offre, a eccezione delle poesie de L’Urna, una immagine ben diversa da quella che si è soliti attribuire ai”crepuscolari” nostrani…Il Civinini, eccettuati i versi giovanili con i quali pagò il suo tributo a quella che era, intorno al Novecento, l’atmosfera dominante nella nostra letteratura, fu per prima cosa, in arte come nella vita, un volitivo…
Niente stanchezza, quindi, nelle pagine del Civinini, né rinunzia, né abbandono a passato, restituito con piglio maschio e arguto non tanto sotto gli aspetti patetici o ambigui quanto come guida o avanscoperta del presente, che gli anni lontani contribuirono appunto a formare.
Pensiamo perciò che, nel quadro delle nostre lettere, la figura di Guelfo Civinini possa trovare la sua più degna sistemazione su quel versante “verista”, cioè attento alle cose, al vero, alla natura, che ebbe in Giovanni Verga e, in misura diversa, in Federigo Tozzi gli esponenti più validi…


Indro Montanelli

giugno 16, 2010

Da: I. Montanelli – CIVININI in Facce di Bronzo. Longanesi, Milano, 1956
…Guelfo, noialtri amici (anche quelli che, come me, avevan quarant’anni meno di lui) lo chiamavamo “Gambesecche “. Era il nomignolo, affettuoso e scherzoso, che gli avevan dato i suoi compagni di liceo a Arezzo, dove il liceo lo dirigeva Chiarini che, quando voleva proprio strigliare a dovere quel suo allievo svagato e bighellone, gli gridava, prendendolo di mira col righello: “Te, lo so come finisci!… Finisci giornalista, vedrai!… ” come a dire: “Sull’ultimo gradino della scala sociale… ” E il bello è che Guelfo se n’offendeva, perché il suo grande sogno, allora, non era di diventare un giornalista, ma piuttosto un buttero, e passar la vita a cavallo fra macchia e paludi, dietro alle mandrie transumanti.
… Oltre le gambe, la cui secchezza gli aveva valso quel nomignolo, anche tutto il resto del corpo aveva, e ha sempre conservato, asciutto e leggero, da fantino. Su quello scheletro, che infinite asimmetrie rendevano indimenticabile, egli si era costruita un’eleganza a modo suo, basata sul monocolo, sulla cravatta bianca di picchè, sul frustino, e su un paio di stivali rossi, che soltanto un calzolaio in tutta la penisola era capace di adattargli su quel vuoto che sulle gambe di tutti gli altri mortali è riempito solitamente dai polpacci. Così vestito, con le mani in tasca e il naso all’aria, ha camminato sino all’ultimo per strada, a zig-zag, come un cane dietro un ” fiato ” di beccaccia, regolarmente perdendo portafogli, passaporto, carta di riconoscimento e chiavi di casa. Le sue disavventure professionali son famose e avrebbero segnato la fine di qualunque carriera giornalistica, se a puntellar le frane non avesse soccorso la sua penna, una delle più caste, e chiare, e pulite, e ricche d’ombre e venature che abbia avuto la nostra ” terza pagina “.


Alessandro di San Marzano

giugno 16, 2010

Lettera a “Il Tirreno” del 7 maggio 1955
Caro Tirreno,leggendo sulla tua pagina l’articolo di Fenenna Bartolommei, “La strada di Guelfo”, il lontano passato mi ha proiettato, di colpo, come sopra un chiarissimo schermo della prima guerra mondiale che, narrandolo, non può che aggiungere gloria alla memoria del grande scomparso.La Brigata Granatieri di Sardegna, sostituita da altre Brigate nelle posizioni di Monte Baldo, raggiungeva nella notte dal primo al due agosto del 1918 il Pieve Vecchio, attendandosi lungo un tratto della riva sinistra di detto fiume. Alle ore cinque del due agosto le nostre artiglierie iniziavano un violentissimo tiro di sbarramento e annientamento. Alle ore sei i reparti d’assalto della Brigata scattavano all’assalto mentre i Granatieri di Sardegna, uscendo dai ripari, attaccavano il nemico alla baionetta.
Il nemico cercava di fermare l’impeto dei Granatieri con intenso fuoco, ma le sue prime difese venivano travolte. Il secondo battaglione del secondo Reggimento, del quale facevo parte, incontrò in modo particolare un’ostinata difesa, ma guidato dall’eroico suo comandante, maggiore Majoli. non smise la sua penetrazione se non quando le fortissime perdile, e primo tra tutti cadde il maggiore Majoli, non imposero una sosta.

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Riccardo Marchi

giugno 16, 2010

in: Tre amici. Il Tirreno, 17/4/1955
…capitava spesso di dover contrastare con lui cavaliere fedele del vecchissimo mondo. Civinini non faceva mistero della sua ideale appartenenza alla scomparsa Accademia d’Italia. Figurarsi il suo stupore quando gli manifestai che le autorità della città natale, nonostante la diversità di opinioni, intendevano onorare il suo ottantesimo compleanno.
Gli era che negli ultimi anni, smaltito il veleno che ci avevano lasciato in corpo tante tristi vicende, la poesia ci affratellava nuovamente e ci imponeva il dovere di irradiare questa fraternità. Il demonietto della politica balzava fra di noi tuttavia ma non riusciva ad avvelenarci le parole. Si poteva, tutt’al più, alzare la voce come avvenne una notte nella saletta di una pensione del Viale Italia a Livorno.
Si era in periodo elettorale e lo spiffero polemico non poteva fare a meno di entrare nelle nostre conversazioni. Il terzo contendente, fra me e Guelfo, era Fabrizio Winspeare, medico ed umanista di valore che in quei giorni stava traducendo gli esametri del poema sulla sifilide di Girolamo Fracastoro: tre uomini di opinioni contrastanti, tre voci che si alzavano di tono – quella di Guelfo in modo particolare – ma sempre in chiave di sberleffo e di ironia; né posso dire con quale rispetto ne uscirono i capi ed i simboli della politica corrente durante quella memorabile contesa verbale.
Fu l’albergatore ad imporci di smetterla, essendo ormai notte tarda; né mai più gli succederà di trovarsi alle prese con tre maturi goliardi in contesa su di un argomento politico che si chiudeva tuttavia con tanto buonumore…